LA COOP SONO LORO

COOP

La coop sei tu”. Ma quando si tratta di pagare mazzette e beccare appalti sono sempre loro. Sempre gli stessi. Da Milano a Molfetta, dall’acqua alta di Venezia agli immigrati in Sicilia. Il partito della bustarella è trasversale, non conosce steccati politici. Rossi, bianchi, neri, parlamentari, imprenditori, funzionari pubblici, criminalità organizzata. Naturalmente non tutte le imprese coinvolte sono cooperative, ma negli atti dei magistrati, da Nord a Sud, ricorrono molto, troppo spesso le sigle del mondo imprenditoriale con fiscalità di vantaggio legato alla politica. E si tratta quasi sempre del solito giro.

CPL Concordia
Gli ultimi a finire nei guai sono stati i vertici della Cpl Concordia, la coop rossa emiliana dell’energia, un colosso da 460 milioni di fatturato e 1800 lavoratori. Lo scandalo è quello dell’appalto per la metanizzazione di Ischia che ha portato all’arresto del sindaco, Giuseppe Ferrandino, guarda caso un esponente del Pd.

I vini di D’Alema
La figura chiave dell’inchiesta è, però, quella di Francesco Simone, responsabile delle relazioni istituzionali di Cpl: un consulente furbo e rapido, in grado di procacciare affari più o meno loschi alla Concordia. Ex socialista, vicinissimo alla famiglia Craxi.
La Cpl Concordia sapeva e sa come “ringraziare” la politica, finanziando ad esempio (in modo del tutto legale, va precisato) la fondazione “Italiani Europei” di Massimo D’Alema. Paradigmatica l’intercettazione ambientale in cui Simone parla di ‘Baffino’ con Nicola Verrini, responsabile commerciale di area della Cpl: dobbiamo “investire negli Italiani Europei dove D’Alema sta per diventare Commissario Europeo”, perché l’ex capo del governo “mette le mani nella merda come ha già fatto con noi…ci ha dato delle cose...”.
La cooperativa avrebbe poi acquistato “alcune centinaia di copie dell’ultimo libro” dell’ex premier “nonché alcune migliaia di bottiglie del vino prodotto da una azienda agricola riconducibile allo stesso D’Alema“.

COOP e mafie
Secondo i pm i vertici della Cpl avrebbero stretto accordi anche “con esponenti della criminalità organizzata casertana e con gli amministratori legali a tali ambienti”. Nessuna sorpresa: si sa che le dirigenze coop non disdegnano, quando serve, di scendere a patti pure con le mafie. E, salendo da Ischia a Roma, il sistema di Mafia Capitale è uno spaccato perfetto dell’incrocio malato tra politica (giunta Alemanno, ma anche fior di esponenti del Pd e Sel), cooperative rosse e bianche, ambienti legati all’antica eversione nera capitolina, “mala” romana e criminalità organizzata, soprattutto campana e calabrese.
Buzzi è uomo di sinistra, ma l’ex terrorista di destra Massimo Carminati saldava pezzi dei “neri”, malavita e servizi deviati. E soprattutto ci è andato di mezzo l’attuale ministro del Lavoro Giuliano Poletti, allora presidente della Legacoop, la lega delle cooperative di sinistra cui aderiva la “29 giugno” di Buzzi. Una cena conviviale dello stesso Poletti con esponenti di spicco del clan Casamonica è roba che, al di là dei profili giudiziari, rimane negli annali.

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La cena di Poletti rimasta negli annali

Le COOP bianche
In quel “Mondo di mezzo”, poi, tutti conoscevano Tiziano Zuccolo e Francesco Ferrara, i reggenti dell’Arciconfraternita del Ss. Sacramento e di San Trifone, protagonista “bianca” del sistema dell’accoglienza nella Capitale. Con loro Buzzi aveva stretto un patto d’acciaio che non si può tradire e “nun se move d’un millimetro”, diceva lo stesso cooperatore “rosso”. E pensare che persino per il Vicariato, Zuccolo e Ferrara erano due intrusi che hanno “sfruttato il nome dell’Arciconfraternita” per mettere in piedi una serie di cooperative, per esempio la Domus Caritatis, che non si distinguevano di certo per la loro “connotazione spirituale”.
E come dimenticare la onnipresente “La Cascina”, gruppo cooperativo “bianco” legato ad ambienti vicini a Comunione e Liberazione? Il colosso della ristorazione e del catering compare in “Mafia Capitale” e fa capolino anche nell’ordinanza sulSistema” Incalza in riferimento al nome di Salvatore Menolascina e agli appoggi elettorali ricercati dall’ex ministro Maurizio Lupi.

COOP rosse e COOP bianche, insieme si magna
Da Roma alla Sicilia, poi, il passo è breve. Una sorta di accordo tra le coop rosse di Buzzi e quelle dell’Arciconfraternita viene evocato dai magistrati anche in relazione al business dell’accoglienza degli immigrati nell’Isola (Cara di Mineo in testa): una torta da circa 100 milioni di euro su cui l’inchiesta “Mafia Capitale” apre diversi squarci.
Se Buzzi è “rosso”, non meno di sinistra è il “compagno G”, quel Primo Gregantiche, dopo i fasti di Tangentopoli, torna alla ribalta grazie alla cupola degli affari dello scandalo Expo, con l’ex parlamentare Dc Gianstefano Frigerio, l’ex senatore del Pdl Luigi Grillo e un ex notabile ligure dell’Udc-Ncd, Sergio Cattozzo. Le larghe intese fioriscono all’ombra del magna-magna e quando l’imprenditore principe dello scandalo, Enrico Maltauro, decide di parlare, confessa di aver guardato alla Manutencoop e alla Cefla di Imola per avere una copertura a sinistra. A Milano, però, coop rosse e bianche hanno sempre lavorato bene assieme, soprattutto sotto l’ala protettrice del formigonismo dominante. Il nuovo ospedale di Niguarda sorge grazie alla coop Cmb (Cooperativa muratori e braccianti) di Carpi con i servizi erogati dalle imprese della Compagnia delle opere. E che dire della nuova faraonica sede della Regione Lombardia? Infrastrutture lombarde, in veste di stazione appaltante, ha assegnato commesse ancora alla Cmb di Carpi, alla celebre Ccc (Consorzio Cooperative Costruzioni) di Bologna e, tra gli altri, a Montagna Costruzioni, azienda vicina a Cl e affiliata a Compagnia delle opere.

Il “sistema illecito nazionale”
Tornando a Maltauro, l’imprenditore è il primo a raccontare di un “sistema illecito nazionale” e a fare i nomi dei presunti referenti politici della cupola Expo: “Greganti mi parlava di Bersani, Fassino, Burlando e Sposetti; Frigerio aveva come riferimenti Berlusconi, Letta, Lupi e Maroni”. Nessuno è indagato, non è stato accertato alcun versamento diretto ai partiti. Ma in Expo l’assegnazione degli appalti sembrava calibrata al millimetro sulla necessità di sfamare tutte le bocche del sistema.
E lo stesso Maltauro, nelle intercettazioni, lascia intendere i motivi della rinuncia a cercare l’appoggio di un’altra coop, la Cmc d Ravenna: “Abbiamo un problema molto pesante, molto serio, con i nostri amici di Cmc… C’è stata una richiesta del pm di bloccare l’operatività dell’azienda. Quindi, se vedi Primo (Greganti) gli dici: scusa, adesso vediamo come fare”.
La Cooperativa Muratori & Cementisti (una rossa di Legacoop) appare in effetti nei guai in quella intercettazione perché nel frattempo è finita a piè pari nello scandalo del Porto di Molfetta . E tuttavia ha le mani in pasta anche nel Tav Torino-Lione. In Puglia, con la coop di sinistra finisce nei pasticci anche l’ex sindaco della cittadina Antonio Azzolini, senatore Udc-Ncd. Le intese d’affari non hanno colore politico, ma un voto in Parlamento nega l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni e blocca i magistrati. Anche il Pd, ovviamente, vota contro.

Da Milano a Venezia, dall’Expo al Mose…
Torniamo però al gruppo vicentino Maltauro, anello di congiunzione tra malaffare in Expo e scandalo Mose, un trionfo lombardo-veneto della mazzetta. E’ molto breve, infatti, il cammino che ci conduce dai mega-appalti della rassegna milanese (le vie d’acqua o la “piastra”, ad esempio) al Consorzio Venezia Nuova (Cvn). E in questo tragitto l’asse Legacoop-Compagnia delle opere rimane saldissimo.
Nel Cvn, che cura la realizzazione del Mose, si piazzano bene tutte le coop venete riunite nel Coveco, ma spicca la presenza del gigante bolognese Ccc (toh! Chi si rivede) guidato da Omer degli Esposti.
Guarda caso la procura di Monza aveva messo nel mirino il Consorzio Cooperative Costruzioni anche per la vicenda Penati (un altro illustre esponente Pd finito nei guai) e la riqualificazione dell’area dell’ex Falck.

…Per arrivare alla Metro C di Roma…
Ma siccome il cerchio degli sperperi sulle grandi opere in giro per l’Italia deve immancabilmente chiudersi, non possiamo che tornare sul sistema Incalza e sulla stessa Ccc, che finisce nello scandalo della metro C di Roma. Il consorzio di imprese General contractor dell’opera raggruppa, infatti, la grande coop emiliana assieme ad Astaldi, Vianini e Ansaldo. Risultato? L’infrastruttura che dovrebbe dare una svolta alla mobilità capitolina viene aggiudicata a un costo iniziale di 2,7 miliardi (al massimo ribasso), poi parte il walzer delle 45 varianti e la spesa lievita alla fine, prevedibilmente, intorno ai sei miliardi. E’ il “sistema” Incalza che nel sottosuolo dell’Urbe dà il meglio di sé, il trionfo della rete malata di coop, imprese, burocrazia corrotta, appalti pilotati, consulenze mirate e assunzioni decise a tavolino. Con gli ex Ds in posizione preminente.

…Passando per la TAV di Firenze
Lo stesso Incalza era addirittura finito nelle indagini del Tav di Firenze: l’ombra della camorra sullo smaltimento dei rifiuti di cantiere, i materiali scadenti per la costruzione della galleria e i soliti dubbi sulle coop rosse, in questo caso la Coopsette, Ergon e Coestra (queste ultime facenti capo a Consorzio Etruria). L’esponente Pd illustre per cui scattano le manette, stavolta, risponde al nome diMaria Rita Lorenzetti, ex presidente della Regione Umbria e presidente dell’Italferr (società di progettazione del gruppo Ferrovie), accusata di abuso di ufficio, corruzione e associazione a delinquere.

La COOP sono loro
La lista degli scandali piccoli e grandi potrebbe anche continuare. Tirando le somme, però, Confcooperative affilia oltre 20mila soggetti, contro i 14mila di Legacoop. Ma le rosse hanno quasi nove milioni di soci, il triplo delle bianche. Tutte le sigle raccolgono poi circa un milione di lavoratori. Il fatturato di Legacoop sfiora gli 80 miliardi contro i 62 miliardi di Confcooperative. Assieme fanno poco meno di un decimo del Pil italiano: un segmento dell’economia troppo importante per finire ingoiato nel pozzo nero del malaffare.

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